Archivi tag: Siena

Badalassi, Prospero

Prospero Badalassi
N. San Miniato (oggi in provincia di Pisa)
M.

Relazioni di parentela:

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Ingegnere catastale poi soprintendente Acque e Strade.

Biografia:
Le notizie certe di cui disponiamo coprono un arco temporale che va dal 1802 al 1823. E’ già dato per deceduto il 12 aprile 1824

Produzione scientifica:
Operò inizialmente come perito (ai primi del XIX secolo si firma come tale): nel 1802 lo troviamo in attività nella Comunità di San Miniato, dove ebbe modo di rappresentare alcuni terreni (i disegni sono in ASCSM).
Sempre nel primo decennio del secolo fu attivo specialmente nel Livornese e nel Pisano dove, intorno al 1804-05, disegnò più volte il cordone di sanità posto intorno alle città di Pisa e Livorno in conseguenza di una epidemia (si veda la raccolta composta da una quindicina di disegni in ASF, Miscellanea di Piante, nn. 148-149).
Nel 1806 svolse alcuni incarichi come perito e cartografo per conto dell'Ordine dei Cavalieri di S. Stefano: ricordiamo la pianta di un podere, con planimetria della casa colonica, posto nella campagna livornese, facente parte dei beni della Commenda di Padronato Parenti di proprietà dell'Ordine (in ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, n. 596, ins. 8).
Fu addetto, come geometra, alle operazioni del catasto geometrico napoleonico del 1808-14, ove lavorò alle dipendenze dell’ingegnere Luigi Campani, almeno fin dal 1811, nelle comunità del Valdarno di Sotto.
Successivamente fu addetto al catasto lorenese come ingegnere e aiuto del medesimo Campani nelle comunità del Volterrano e della Maremma pisana, finché contrasti con il Campani ne determinarono il trasferimento nel Grossetano alle dipendenze dell’ispettore Belli nel 1822.
Fino al 1815 circa aveva prestato servizio come "Perito o Provveditore di Strade e Fabbriche nella Comunità di S. Miniato", ruolo nel quale venne sostituito da Giovacchino Mantovani, ingegnere nativo di Livorno residente a S. Miniato, che manterrà quel posto fino al 1823 e che nel 1829 inoltrò domanda per essere assunto nel Corpo degli Ingegneri (ASF, Soprintendenza alla Conservazione del Catasto poi Direzione Generale delle Acque e Strade, ff. 1-2).
Per la comunità di S. Miniato si occupò, nel settembre 1815, di alcuni progetti stradali: rifacimento della strada e della piazza del Seminario; e realizzazione della nuova strada detta "Costa di Felcino" (in ASCSM).
Del periodo "maremmano" ci resta oggi un disegno, realizzato a Batignano il 1° maggio 1823, raffigurante quattro bagnetti provvisori in legno da costruirsi nello stabilimento termale di Roselle, frazione alle porte di Grosseto (in ASGr, Comune di Grosseto Postunitario, cat. X, b. 1, f. 4, c. 60r).
Uno dei suoi allevi fu il livornese Ermete Ulacco che, nel novembre 1829 (allora geometra di seconda classe che chiedeva di essere assunto nel nuovo Dipartimento di Ponti e Strade), dichiarava di aver compiuto i suoi studi di pratica e di agrimensura sotto il Geometra di prima classe Prospero Badalassi e di averlo seguito "anche in diverse operazioni catastali”. Egli dichiarava inoltre che, dopo la morte del suo "maestro" aveva continuato ad occuparsi di rettificazioni catastali nel Comprensorio Senese, sotto l'ispezione di Graziano Capaccioli (ASF, Soprintendenza alla Conservazione del Catasto poi Direzione Generale delle Acque e Strade, ff. 1-2).

Produzione di cartografia manoscritta:
Raccolta di disegni del cordone di sanità posto intorno alle città di Pisa e Livorno, 1804-05 (ASF, Miscellanea di Piante, nn. 148-149);
Pianta di un podere, con planimetria della casa colonica, posto nella campagna livornese, facente parte dei beni della Commenda di Padronato Parenti di proprietà dell'Ordine di S. Stefano, 1806 (in ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, n. 596, ins. 8);
Disegno di quattro bagnetti provvisori in legno per lo stabilimento termale di Roselle, Batignano, 1° maggio 1823 (in ASGr, Comune di Grosseto Postunitario, cat. X, b. 1, f. 4, c. 60r).

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Rombai, Toccafondi e Vivoli, 1987, p. 132; Rombai, 1989, pp. 53-54, 76-80, 82 e 124; Barsanti, 1991, pp. 220-221; Nanni, Pierulivo e Regoli, 1996, p. 96; Barsanti, Bonelli Conenna e Rombai, 2001, p. 70; ASCSM; ASF, Miscellanea di Piante; ASF, Soprintendenza alla Conservazione del Catasto poi Direzione Generale delle Acque e Strade; ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano; ASGr, Comune di Grosseto Postunitario.

Rimandi ad altre schede: G.

Autore della scheda:

Baccani, Giuseppe

Giuseppe Baccani
N.
M.

Relazioni di parentela: Non vi sono documenti che lo confermano ma potrebbe essere lo zio paterno del più noto Gaetano

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Perito agrimensore

Biografia:

Produzione scientifica:
Nelle sue carte Giuseppe si autografa “Perito agrimensore senese”.
Negli anni '80 del XVIII secolo, operava nella zona amiatina, ove realizzò la pianta di un podere posto presso Casteldelpiano: una bella carta assai dettagliata, con il prospetto della casa poderale, contenente indicazioni precise sull'uso del suolo, la viabilità, i confini, e arricchita da un elaborato cartiglio, datata 1781 (in ASGr, Commissario della Provincia Inferiore Senese, n. 910, c. 1036).
Nel 1787, Giuseppe era impegnato nelle operazioni "di rimessa del grano" (cioè lo stoccaggio del grano nel deposito comunale, in funzione del fabbisogno della popolazione locale) per il Potestà di Cinigiano.
Il 20 agosto di quell'anno eseguì una pianta delle strade doganali (percorse dalle greggi transumanti) di quel territorio, in realtà si tratta di uno schizzo a china piuttosto schematico (in ASGr, Ufficio dei Fossi, n. 543, c. 259v, sc. 83).
Successivamente lavorò ad Alberese, sempre nella Maremma grossetana, dove ebbe modo di realizzare, nel 1805 (il 30 maggio), la Pianta dimostrativa della Tenuta dell'Alberese, un prodotto assai interessante, sia per il livello grafico ma, soprattutto, per la puntuale restituzione delle principali componenti paesistiche della vasta tenuta gerosolimitana, oggi territorio del Parco Regionale della Maremma (il disegno è conservato presso il PGTRA).

Produzione di cartografia manoscritta:
Ideal delineamento del podere detto Savello oggi Maccabruni e Ginanneschi, 1781 (ASGr, Commissario della Provincia Inferiore Senese, n. 910, c. 1036);
Diario del come al presente dirigesi la strada doganale dalla corte di Montenero-Porrona con bivio in quella di Cinigiano-Campagnatico e passa poi in quella del Cotone o sia Montorgiali, 20 agosto 1787 (ASGr, Ufficio dei Fossi, n. 543, c. 259v, sc. 83);
Pianta dimostrativa della Tenuta dell'Alberese, 1805 (PGTRA).

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Barsanti, Bonelli Conenna e Rombai, 2001, pp. 51, 89 e 118; Karwacka Codini e Sbrilli, 1987, pp. 34 e 36; ASGr, Ufficio dei Fossi; ASGr, Commissario della Provincia Inferiore Senese; PGTRA

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Anna Guarducci

Baccani, Gaetano

Gaetano Baccani
N. 1792
M. 18 giugno 1867

Relazioni di parentela: Figlio di Carlo e di Colomba di Iacopo Danzi, ebbe quattro fratelli: Luigi (nato nel 1783) e Filippo (nato nel 1787), morti si pensa entrambi in giovane età, Luisa, sposatasi con Luigi Manetti, e Giuseppe, pittore, nato nel 1789, che frequentò l'Accademia negli stessi anni di Gaetano e successivamente divenne canonico della Metropolitana fiorentina e che lo affiancherà in vari incarichi professionali.
Nel 1824 Gaetano sposò la nobile Maddalena Michelozzi, dalla quale ebbe quattro figli: Antonietta, Giuseppe (che diventerà un famoso fotografo), Carlo e Filippo.

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Architetto Acque e Strade

Biografia:

Produzione scientifica:
Il suo vero esordio sulla scena architettonica fiorentina avvenne nel 1818, allorché Gaetano vinse il concorso bandito dal principe romano Camillo Borghese, per un progetto di ristrutturazione totale ed ampliamento del Palazzo Borghese in Via Ghibellina a Firenze (ex proprietà Salviati); per tale opera, oltre al premio ricevuto dall'Accademia di Belle Arti, l'architetto (affermandosi su ben più quotati concorrenti) ebbe anche l'incarico di seguire i lavori, dimostrando grande efficacia e riuscendo a rispettare i termini temporali (3 anni) e le esigenze imposte dalla convenzione con il principe. Il nuovo prospetto del palazzo, uno dei più grandi della città, acquistò un aspetto grandioso ispirato a motivi classicisti. Alle decorazioni del palazzo parteciparono "maestri" fiorentini fra i quali il fratello Giuseppe e Antonio Fedi.
Un altro importante incarico "giovanile" fu il completamento del giardino "romantico", con la realizzazione del Torrino, per il marchese Pietro Torrigiani – subentrando nel 1820-21 a Luigi Cambrai Digny – a dimostrazione delle sue doti originali e della sua versatilità.
Gaetano operò sempre in ambito fiorentino: la sua attività professionale fu quasi esclusivamente quella di architetto progettista e rastauratore di edifici ma anche di urbanista, pertanto la sua produzione grafica è relativa a progetti in questo campo.
Svolse una intensissima attività, sia legata ad istituzioni ed enti religiosi e laici, sia a nobili famiglie fino ad arrivare allo stesso granduca (presso il quale era particolarmente accreditato), che non mancò di investirlo di importanti incarichi e riconoscimenti, fra cui: nel 1832 venne insignito del Cavalierato di S. Giuseppe; nel 1833 venne eletto architetto onorario del Reale Collegio dei Professori di Musica di Firenze; nel 1832 fu incaricato di occuparsi delle esequie della granduchessa Marianna Carolina e, nel 1850, ebbe il compito degli addobbi per le nozze dell'arciduchessa Isabella.
E’ definito dal granduca, nel 1839, come “l’abile ingegnere architetto del duomo, di buona scuola, saper molto, persona per carattere apprezzabile, eseguiva” (Pesendorfer, a cura di, 1987, pp. 237 e 466).
Il Baccani teneva uno studio professionale in Piazza S. Maria Novella.
Le uniche eccezioni alla sua attività esclusiva di progettista, a quanto risulta dalla documentazione raccolta, sono costituite da alcuni disegni di appezzamenti terrieri eseguiti per conto dell'Ordine dei Cavalieri di S. Stefano: tra il 1844 e il 1846, realizzò infatti le piante (una decina) dei beni del Priorato d'Urbino Giuntini, posti a Firenze e Fiesole; si trattava soprattutto di edifici (villa con annessi, altri fabbricati e casa poderale) ma anche di appezzamenti. L'altro esempio è dato da alcune piante di beni rustici e urbani (4 disegni) posti a Cerreto Guidi, Vinci e Livorno, facenti parte dei beni della Commenda di Padronato del Baliato di Pescia Maggi dell'Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, eseguite nel 1855 (il 9 giugno). Sempre per lo stesso committente pisano, realizzò nel 1848 la pianta e altri due disegni di particolari architettonici della Collegiata di Or San Michele di Firenze, chiesa filiale dell'Ordine; nel 1851 (13 agosto), le piante (6 disegni) di alcuni edifici posti in Firenze, facenti parte dei beni della Commenda di Padronato Kennedi Laurie; nel 1854 (21 marzo), le piante (9 disegni) di alcuni edifici posti in Firenze, facenti parte dei beni della Commenda di Padronato del Baliato di Pienza Baldini; infine, nel 1858 (25 giugno), altre piante (5 disegni) di edifici posti in Firenze, facenti parte dei beni della Commenda di Padronato del Priorato di Pistoia De Prat (in ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, nn. 44, 44a, 64, 1620, ins. 6, 1621, ins. 3, 1622, ins. 4, e 1628, inss. 4 e 7).
Dal 1824 al 1860 ricoprì il ruolo di "architetto ufficiale" dell'Opera del Duomo di Firenze, quella magistratura civica preposta alla cura costante di uno dei monumenti più importanti della città. In questa veste il Baccani ebbe modo di compiere un profondo e prolungato intervento restaurativo della cattedrale, nonché di occuparsi della riconfigurazione della Piazza del Duomo (mediante la costruzione delle nuove canoniche); in età ormai avanzata, all’inizio degli anni ’60, fu presidente della giuria di uno dei concorsi per la facciata del Duomo (il primo era stato bandito nel 1859 dal granduca Leopoldo II), incarico che gli procurò fama in ambito nazionale.
Nel 1849, fu incaricato del progetto di adeguamento del “grande cappellone dietro la basilica di San Lorenzo” a mausoleo mediceo; Baccani vi si accinse con “castigato stile e seguace dei buoni maestri” (Pesendorfer, a cura di, 1987, pp. 237 e 466).
Si ricordano inoltre altri importanti progetti, come quello della Dogana nel quartiere di Barbano (nel 1843, mai realizzata), o come la ristrutturazione del Teatro della Pergola, nel 1855, su commissione dell'Accademia degli Immobili.
Se per i numerosi interventi alla cattedrale il Baccani aveva incontrato sempre un ampio favore critico, gli interventi successivi di restauro alle chiese di S. Miniato al Monte, S. Maria Novella e S. Lorenzo, avviati negli ultimi anni del governo di Leopoldo II e compiuti nei primi anni dell'Unità, suscitarono invece critiche e polemiche anche accese nei confronti dell'ormai anziano Baccani. Egli pertanto, dopo un lungo periodo da protagonista e di vero interprete della stagione di Leopoldo II, decise di ritirarsi, pare volontariamente, dalla scena abbandonando quel clima di fervore e di rinnovamento della città che stava per sfociare nei lavori poggiani per "Firenze Capitale".
Il suo impegno non si limitò solo all'attività professionale: ebbe infatti anche importanti incarichi istituzionali e politici: fra questi si ricorda la sua nomina a gonfaloniere del Comune di Bagno a Ripoli (dove la famiglia aveva consistenti proprietà fondiarie, fra cui la monumentale Villa Belvedere), fra il 1850 e il 1858.

Produzione di cartografia manoscritta:
Mappe e disegni dei beni del Priorato d'Urbino Giuntini, posti a Firenze e Fiesole, 1844-46 (ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, nn. 44, 44°);
Piante di beni rustici e urbani posti a Cerreto Guidi, Vinci e Livorno, facenti parte dei beni della Commenda di Padronato del Baliato di Pescia Maggi dell'Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, 9 giugno 1855 (ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, n. 64);
Pianta e disegni di particolari architettonici della Collegiata di Or San Michele di Firenze, chiesa filiale dell'Ordine, 1848 (ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, n. 1620, ins. 6);
Piante di alcuni edifici posti in Firenze, facenti parte dei beni della Commenda di Padronato Kennedi Laurie, 13 agosto 1851 (ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, n. 1621, ins. 3);
Piante di alcuni edifici posti in Firenze, facenti parte dei beni della Commenda di Padronato del Baliato di Pienza Baldini, 21 marzo 1854 (ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, n. 1622, ins. 4);
Piante di edifici posti in Firenze, facenti parte dei beni della Commenda di Padronato del Priorato di Pistoia De Prat, 25 giugno 1858 (ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano, n. 1628, inss. 4 e 7).

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Karwacka Codini e Sbrilli, 1987, pp. 20, 33-34 e 36; Barsanti, Previti e Sbrilli, 1989, pp. 142-144; Barsanti, 1991, pp. 296-298, 303, 310, 314 e 321-322; Bertano e Quartulli, 2002, passim; ASP, Archivio dell'Ordine di S. Stefano.

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Anna Guarducci

Arnolfini, Giovanni Attilio

Giovanni Attilio Arnolfini
N. Lucca 15 ottobre 1733
M.

Relazioni di parentela: Nato dall'unione del marchese Paolo Rodolfo e da Maria Luisa Santini.

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: ingegnere

Biografia:

Produzione scientifica:
Grazie alle sue doti e la sua fama di valentissimo idraulico, a partire dal 1761 fu eletto a far parte della deputazione dell’Offizio sopra il Fiume Serchio, nella quale ricoprì per vari anni anche la direzione. Tra i lavori di cui si occupò principalmente sono da ricordare quelli per la nuova arginazione del Serchio tramite la costruzione di scogliere artificiali e la strada che passa attraverso lo stesso fiume e il Monte San Quirico (vedasi Memoria sopra il regolamento del fiume Serchio, del giugno 1782, in cui viene descritta la situazione fra Borgo a Mozzano e l’Osteria di Bivangaio).
Inoltre, collaborando assieme ad altre magistrature, propose delle valenti soluzioni anche riguardo l’inalveamento del torrente Camaiore, i progetti per un canale scolmatore (Nuovo Ozzeri) dei paduli di Sesto e Bientina, i lavori alla foce del canale di Viareggio, il progetto per un acquedotto cittadino. L’Arnolfini svolse un’attività molto intensa anche fuori di Lucca: fece numerosi viaggi a Milano (1762, 1764), a Genova (1766, 1773), a Pistoia (1767), nel Regno di Napoli e Sicilia, a Roma (1767-68), nella Maremma (1771-1776), a Massa Carrara (1781), a Firenze (1783), e nel territorio delle Legazioni (1784-88), per studiare problemi di viabilità, di economia, di idrografia, di bonifica, elaborando progetti o assumendo la direzioni di lavori (sistemazione di bacini idrografici, bonifiche, costruzioni di argini, di strade, canali, acquedotti).
Produsse o diresse anche figure cartografiche dell’Offizio anche se non è possibile fare attribuzioni precise.

Produzione di cartografia manoscritta:
Relazioni sul Fiume Serchio (assieme ad Eustachio Manfredi), 1730-1782, in ASLu, Offizio sopra il Serchio, f. 60;
Memoria sopra il regolamento del fiume Serchio, 1782, in ASLu, Offizio sopra il Serchio, f. 60; Memorie sopra il Lago di Sesto o Bientina, raccolte per la Deputazione de’ Nove Spettabili Cittadini eletti per l’esame del Progetto del Nuovo Ozzeri da G. At.(tilio) Ar.(nolfini), 1782, in ASLu, Deputazione sopra il Nuovo Ozzeri, f. 3.

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
AAVV., 1962. [Vol. IV/Arconati e Bacaredda. pp. 265-266]; Azzari, 1993, pp. 161-193; Dorini, [1924], pp. 255-271; Lazzareschi, 1946, pp. 46-61 e 67; Bongi, 1872-1888, vol. I, pp. 284, 289, 292, 295, 299 e 329, vol. II, pp. 246, 248-251 e 255, vol. IV, pp. 305 ss. e 319; Trenta, 1821; ASLu, Deputazione sopra il Nuovo Ozzeri; ASLu, Offizio sopra il Serchio.

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Giulio Tarchi

Mascagni, Angelo Maria

Angelo Maria Mascagni
N.
M.

Relazioni di parentela:

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Ingegnere granducale, prima della magistratura fiorentina dei Capitani di Parte Guelfa poi dello Scrittoio.

Biografia:

Produzione scientifica:
Il primo lavoro di cui siamo a conoscenza risale al 1738 ed è la Pianta di un tratto del corso dell'Arno e della campagna circostante nella Pianura Pisana (in ASF, Miscellanea di Piante, n. 562).
Fra i numerosi incarichi ricoperti come ingegnere per conto delle Regie Possessioni, si ricorda quello di aver fatto parte, con Bernardo Sansone Sgrilli, Giuseppe Maria Forasassi, Giuseppe Soresina, Giuliano Anastasi e altri del gruppo di ingegneri e cartografi, al servizio dello Scrittoio coordinato da Giovanni Maria Veraci, impegnato nel rilevamento e nelle realizzazioni delle piante delle fattorie e delle ville granducali ordinati dalla Reggenza Lorenese, a partire dal 1740 (ASF, Segreteria di Finanze ante 1788, f. 351).
Il 30 novembre 1743, redasse per la famiglia Serristori una dettagliata memoria intitolata Considerazioni sopra i Mulini e Gore di Montevarchi e San Giovanni (ASF, Serristori, f. 1168) (Valentini, 1997, pp. 105-110).
Nel 1747 fece parte del gruppo di funzionari e tecnici (costituito anche da Tommaso Perelli, Pompeo Neri e Antonio Falleri) incaricato dalla Reggenza di ispezionare la pianura del Valdarno di Sotto disposta lungo l’Arno e il canale Usciana, emissario del padule di Fucecchio, che veniva periodicamente largamente inondata dai due corsi d’acqua. L’équipe provvide a progettare un grosso argine alla sinistra dell’emissario e un nuovo canale detto antifosso parallelo all’Usciana, con funzione di scolmatore delle acque piovane e di scolo.
Nel 1747 realizzò il profilo di livellazione dell'antico canale navigabile di Ripafratta presso Pisa (in ASF, Miscellanea di Piante, n. 615).
Risalgono al 1750 due belle tavole acquerellate raffiguranti la pianta (con il dettaglio di tutti i locali richiamati in legenda) e le quattro vedute prospettiche delle ferriere di Cecina (in ASF, Miscellanea Repubblicana, f. 72, ins. 14).
Nel 1751 fu chiamato, insieme agli ingegneri Antonio Falleri e Giovanni Maria Veraci, ad occuparsi ancora del Padule di Fucecchio, in particolare la costruzione dell’Antifosso per impedire le frequenti inondazioni dell'Usciana nella pianura. Il progetto fu eseguito l'anno successivo, seguito direttamente dai tre periti suddetti. Sempre relativamente a questo contesto territoriale, fu autore della bella carta topo-corografica manoscritta del padule di Fucecchio e della Valdinievole (dal titolo Pianta dimostrativa della Provincia di Valdinievole), poi incisa e stampata alla fine degli anni ’50 a corredo della memoria di Pier Antonio Nenci Parere intorno alle acque stagnanti delle colmate per rapporto all’insalubrità della Valdinievole (Firenze, Bonducci, 1760).
Nel 1752 collaborò con Anastasio Anastasi, Neri Andrea Mignoni ed altri ai lavori di costruzione della nuova Strada Bolognese (FI-BO) per la Futa (ASF, Capitani di Parte. Numeri Bianchi, f. 37, ins. 5).
Nel 1754 eseguì la planimetria di nuovi terreni per l'ampliamento dei Bagni di S. Giuliano, nell'ambito del riassetto delle aree limitrofe al centro termale.
Nel 1756, su incarico della Reggenza collaborò con Leonardo Ximenes (e gli ingegneri Agostino Fortini, Ferdinando Morozzi, Filippo e Michele Ciocchi, Francesco Bombicci e Bernardo Sgrilli) nell’analisi del comprensorio del lago di Bientina, specialmente l’area fra la zona umida e l’Arno, per trovare un rimedio alle esondazioni che periodicamente vi si registravano, suscitando continue controversie con la confinante Repubblica di Lucca. Agli ingegneri spettò il compito di redigere la carta topografica della zona che servì da base per la progettazione del nuovo emissario verso l’Arno e idrovia del Canale Imperiale, scavato l’anno successivo. Sappiamo che “per l’affare di Bientina” gli ingegneri collaboratori ricevettero dalla Depositeria granducale lire 10 al giorno oltre a vitto ed alloggio (ASF, Consulta poi Regia Consulta, f. 469, cc. 79-80).
Nel 1766-68 fu in Valdichiana con il collega Angelo Maria Mascagni per progettare la colmata a sinistra del Canale Maestro tra il Callone di Toscana e il Ponte di Valiano, poi eseguita col matematico Pietro Ferroni nel 1771-72.

Produzione di cartografia manoscritta:
Pianta di un tratto del corso dell'Arno e della campagna circostante nella Pianura Pisana, 1738 (ASF, Miscellanea di Piante, n. 562).

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Barsanti e Rombai, 1986, p. 69 e 88; Rombai, 1987, p. 374; Cresti, 1987, pp. 56-57; Gabellini, 1987, p. 151; Rombai, Toccafondi e Vivoli, 1987, pp. 399 e 413; Tognarini, a cura di, 1990, tav. III; Rombai, 1993, p. 44; Barsanti e Rombai, a cura di, 1994, p. 174; Melis, 1996, p. 255; Nanni, Pierulivo e Regoli, 1996, p. 79; Romby, 1997, pp. 91-115; Valentini, 1997, pp. 105-110; ASF, Miscellanea di Piante; ASF, Miscellanea Repubblicana; ASF, Segreteria di Finanze ante 1788; ASF, Serristori; ASF, Consulta poi Regia Consulta; ASF, Capitani di Parte. Numeri Bianchi.

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Anna Guarducci

Martello, Enrico

Enrico Martello
N.
M.

Relazioni di parentela:

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica:

Biografia:
Le altre raccolte comprendono tre Isolari, lussuose riproduzioni del codice di lavoro rimasto a Firenze, conservati rispettivamente alla Reijksuniversiteit di Leida (Vossianus lat., Fol. 23), alla British Library di Londra (Additional 15760), e al Musée Condé di Chantilly, presso Parigi (ms. 698). I primi due, come il Laurenziano, comprendono anche nuove versioni del mappamondo nella proiezione omeòtera: quello di Londra, in particolare, è certamente il più celebre dei lavori di Martello e il primo ad essere conosciuto: giunto alla British Library nel 1821 proveniente dalla collezione Saibante-Canonici, anche questo mappamondo trova perfetta corrispondenza in un prodotto a stampa di Francesco Rosselli conservato a Firenze (BNCF, Landau Finaly), e molto si è discusso sulla priorità fra le due carte, fino ad ammettere che possono essere il risultato del lavoro della stessa bottega, al quale partecipano sia il Rosselli che il Martello, ciascuno con le sue competenze specifiche. In entrambi i casi si tratta chiaramente dello sviluppo del modello contenuto nell’Isolario Laurenziano, considerato il codice di lavoro del tedesco.
La novità principale dei mappamondi del Martello sta nella registrazione delle scoperte portoghesi nell’Atlantico, estese fino al Capo di Buona Speranza, e nell’estensione dell’ecumene verso oriente fino a comprendere l’intera massa continentale asiatica, con la localizzazione dei toponimi ricavati dalle relazioni di viaggio di Marco Polo e di Nicolò de’ Conti, nonché dalla Historia di Papa Pio II Enea Silvio Piccolomini.
Combinando la nuova sezione dell’Asia con la costa occidentale del Sinus Magnus della tradizione tolemaica si viene a formare quella «quarta penisola asiatica» nella quale alcune interpretazioni fantasiose hanno voluto riconoscere un’anticipazione della topografia del nuovo mondo, o altre, più prudentemente, la penisola malese o quella indocinese. E’ la prima volta che compare questa protuberanza orientale, estesa sud a fino a circa 35° di latitudine e ripiegata verso occidente, che avrà successo ancora nei primi decenni del XVI secolo ed è stata messa in relazione con le idee che lo stesso Cristoforo Colombo si era fatto dell’estremità orientale dell’Asia. Il codice Laurenziano ci mostra la genesi dell’ipotesi, risultato logico dell’estensione dell’ecumene oltre il centottantesimo meridiano, a est dell’Aurea Chersonesus e del Sinus Magnus. Il ripiegamento verso occidente, così come l’invasione dell’emisfero australe non sono altro che una inevitabile reminiscenza del modello tolemaico, che qui per la prima volta viene rimesso in discussione, ma non ancora sostituito.
L’invenzione della quarta penisola è collegata al nuovo disegno dell’Africa, dopo i viaggi portoghesi. Non è la prima volta che l’Africa viene disegnata come una grande penisola circumnavigabile (se ne trova un esempio nel grande mappamondo di fra Mauro del 1457), ma è la prima volta che si cerca di conciliare questa ipotesi, ormai confermata, con il modello tolemaico: il risultato è quello di una penisola africana che si protende verso est, in modo simmetrico a quella asiatica. Nel codice londinese un cartiglio posto nel golfo di Guinea ci informa: «hec est vera forma affrice secundum descriptionem Portogallensium inter mare Mediterraneum et oceanum meridionalem». Anche il mappamondo londinese corrisponde a un planisfero a stampa di Francesco Rosselli (BNCF, Landau Finaly), che può essere considerato una ulteriore elaborazione del modello del Martello, al quale vengono aggiunte le isole dell’Oriente.
Fin qui abbiamo trattato degli aspetti della figura di Martello che si possono ricavare dall’esame delle sue principali raccolte cartografiche, già note, come si è detto, soprattutto grazie allo studio di Roberto Almagià del 1940. Ed è proprio in considerazione della importanza di queste raccolte, che diviene ancora più straordinaria la scoperta nel 1962 di un grande planisfero dovuto proprio alla mano del Martello. La scoperta è legata ad una donazione anonima di cui ha beneficiato l’Università di Yale a New Haven, nel Connecticut, subito rivelata al mondo degli studiosi di cartografia da parte del curatore della biblioteca, A. O. Victor, dopo che i due maggiori esperti, R. A. Skelton e R. Almagià (questi proprio nell’anno della sua morte), ne avevano assicurato l’autenticità. Quella che ora viene chiamata la «mappa di Yale» consiste di un unico planisfero, dipinto a tempera su undici fogli di carta incollati, delle ragguardevoli dimensioni di cm 108 x 190. Purtroppo lo stato di conservazione della mappa è pessimo, per cui i toponimi e i cartigli sono quasi illeggibili, ma si possono tuttavia ricavare le indicazioni principali anche dal confronto con gli altri planisferi conosciuti, tanto della produzione Martello-Rosselli, quanto di quella successiva, come vedremo.
La proiezione usata qui dal Martello è di nuovo la seconda di Tolomeo, ma ancora più estesa nel senso della longitudine, con i meridiani estremi ancora più incurvati. Inoltre questa volta sono tracciati l’Equatore e i Tropici, e soprattutto l’intera cornice della mappa è graduata (mentre la consueta cornice decorata è stata incollata tutto intorno all’insieme dei fogli): per cui si possono individuare esattamente i limiti dello spazio terrestre rappresentato, che risulta esteso da 85° N a 40° S, in latitudine, e da 5° W a 270° E in longitudine: è la prima volta che una mappa non tolemaica riporta i gradi di longitudine. I 50 gradi guadagnati sul margine orientale consentono di estendere ulteriormente la dimensione dell’ecumene, fino a 230° circa, e di collocare all’estremità della mappa, a latitudini temperate, la grande isola di Cipango, che finora compariva soltanto negli Isolari. Anche le altre isole poliane, a cominciare dalla Iava maior, hanno più spazio nell’oceano orientale e si possono allontanare dalla quarta penisola, rispetto alla versione del Rosselli. Fin qui le innovazioni sono tali da far ipotizzare che il grande planisfero sia stato prodotto dopo quelli fin qui considerati e possa essere considerato il coronamento del lavoro cominciato con l’Isolario Laurenziano. Però la forma terminale dell’Africa presenta di nuovo un enorme «piede» che si prolunga nell’oceano Indiano, che ricorda addirittura la prima versione del codice fiorentino, poi cancellata e corretta: così la punta orientale del continente africano si avvicina di nuovo alla longitudine della Taprobana, mentre il Capo vero e proprio viene posto a 45° australi come nel codice londinese. Molte caratteristiche della «mappa di Yale» rinviano ad un possibile confronto con un altro prodotto della cultura cartografica tedesca della fine del XV secolo: il globo di Martin Behaim del 1492, che prima di quest’ultima scoperta costituiva l’unica rappresentazione completa del mondo prima di Colombo. Di questo compatriota del Martello abbiamo perlomeno qualche notizia biografica: nasce a Norimberga verso il 1459, si trova come mercante a Lisbona nel 1484 e nel 1486 a Fayal nelle Azzorre, poi torna in patria fra il 1490 e il 1493, quando produce il celebre globo oggi conservato nel Germanisches National Museum di Norimberga; sembra che poi fosse un’altra volta a Lisbona, dove sarebbe morto (dimenticato, si dice) nel 1506 o 1507.
Si può avanzare l’ipotesi che Martello appartenesse alla stessa generazione di Behaim?
Le due raffigurazioni del mondo prima di Colombo, quella di Martello e quella di Behaim, sono analoghe ma non si corrispondono esattamente. Analoghe sono soprattutto le misure di longitudine, l’estensione dell’ecumene per 230° dalle Canarie alla Cina, con un tratto di oceano residuo pari a 130°, dei quali 75 nella mappa di Yale risultano fuori della cornice. Fra i due autori c’è una evidente comunanza di cultura dovuta alla frequentazione di ambienti che ci riportano tutti al triangolo Firenze-Lisbona-Norimberga e all’ultimo decennio del XV secolo, al quale appartiene sicuramente anche la mappa di Yale. E dopo? Che ne è di un cartografo che ha saputo offrire splendidi codici tolemaici, isolari riccamente illustrati e raffigurazioni innovative del mondo che si stava aprendo alle scoperte portoghesi e attendeva quelle colombiane? E che forse non era soltanto un «diligente compilatore» come lo aveva definito Almagià prima di conoscere la mappa di Yale?
Di certo il suo socio, o allievo, Francesco Rosselli, proseguirà sulla strada delle innovazioni cartografiche allontanandosi però dai modelli del Martello: nei primi anni del nuovo secolo lo troviamo intento a collocare nel mappamondo anche le isole e le terre d’oltre Atlantico. Per questo adotta nuove soluzioni, come la proiezione ovale e quella conica «a mantellino», entrambe estese per 360° di longitudine e capaci di render conto delle prime ipotesi riguardo alle scoperte colombiane e vespucciane. Dalla mappa di Yale non sembra derivare alcun modello prodotto in Italia del primo decennio del XVI secoolo. Non sappiamo del resto neppure se questa mappa sia stata prodotta in Italia o altrove: dal confronto con il globo di Behaim si può forse ricavare l’impressione che la forma distorta dell’Africa abbia a che fare con un ritorno di Martello in Germania.
Quel che è sicuro è che ci dobbiamo spostare nell’ambiente tedesco per trovare un documento che ha una corrispondenza precisa con la mappa di Martello, e forse questo è il principale indizio di un allontanamento del nostro cartografo da Firenze. La carta che riutilizza in blocco tutto il disegno della mappa di Yale, a cominciare dalla proiezione, è quella che Martin Waldseemüller (o Martinus Ilacomylus, 1470-1525 ca.) allega nel 1507 alla Cosmographiae introductio stampata presso il Collegium Vosagiensis di Saint Dié, in Lorena, dovuta alla collaborazione con l’altro umanista renano, Mathias Ringmann (Philesius), che come è noto comprende anche le Quatuor navigationes pseudo-vespucciane. La carta questa volta è ancora più grande, stampata in dodici fogli per un totale di cm 120x202. La proiezione omeòtera, cara al Martello, raggiunge le sue massime dimensioni per coprire tutti i 360° di longitudine (in latitudine l’estensione è la stessa della mappa di Yale).
Come ha osservato Ilaria Luzzana Caraci (1992), tutta la parte orientale della mappa, compresa la quarta penisola asiatica, riproduce esattamente i contenuti di quella di Yale, fin nei minimi particolari. L’Africa è completamente ridisegnata secondo le mappe portoghesi successive ai viaggi di Vasco de Gama e Pedro Alvarez Cabral, e anche qui sfonda la cornice per raggiungere i 45° S. Le maggiori novità stanno tuttavia nell’emisfero «vespucciano», come ci si poteva attendere: per la prima volta le diverse scoperte d’oltre Atlantico, almeno dai 45° N ai 35° S, sono unite in una sola massa continentale, nella cui parte meridionale, come si sa, compare per la prima volta anche il toponimo America, proposto già nel testo della Introductio. Da notare che il Rosselli, nei planisferi coevi a quello di Waldseemüller, adottava una soluzione radicalmente diversa, dove le terre dell’Atlantico settentrionale erano assegnate all’Asia orientale, la massa continentale meridionale poteva essere identificata come una Terra australis incognita e le isole di Colombo facevano parte di una ghirlanda che cominciando con le Canarie terminava con il Cipango.
Senza dilungarci nell’analisi di questo famosissimo documento cartografico, possiamo sicuramente affermare che si tratta di uno sviluppo ulteriore della mappa di Yale di Martello, e quindi del coronamento di tutto il lavoro iniziato con l’Isolario Laurenziano. Waldseemüller ha seguito il modello concettuale di Martello, che consisteva nel mettere a confronto la struttura tolemaica dell’ecumene con le novità derivanti dai viaggi di scoperta: portoghesi prima, vespucciani poi. L’attenzione del Martello per le regioni «nostri temporis […] a rege Portugalli nuper repertis», dimostrata fin dal grande Tolomeo Magliabechiano, è ora rivolta al Mundus Novus, per la cui conoscenza non c’è bisogno di affidarsi a canali più o meno clandestini, ma alle edizioni a stampa che circolano ormai per tutta Europa.
L’eventuale ritorno del Martello in Germania, con la produzione della mappa di Yale, potrebbe avere a che fare con il successo delle navigazioni attribuite a Vespucci presso l’ambiente umanistico renano, dal quale in definitiva lo stesso Martello poteva provenire. Queste ultime considerazioni mettono in nuova luce le ragioni del primo trasferimento del Nostro, dalla Germania a Firenze. Lo spunto viene da un commento di Sebastiano Gentile all’edizione della Geographia di Tolomeo del 1525 a Strasburgo, che comprende le Annotationes del Regiomontano: si tratta della prima edizione con la nuova versione latina di Willibald Pirkheimer, che rende finalmente ragione alle critiche che il grande astronomo di Konigsberg in Franconia aveva rivolto alla traduzione di Jacopo Angeli e ai lavori fiorentini di Niccolò Germanico. «Tra i progetti di pubblicazione del Regiomontano – osserva Gentile (1992, scheda 78) – vi era dunque quello di allestire una Mappa mundi, con tavole moderne della Germania, dell’Italia, della Spagna, della Francia e della Grecia. La tavola della Germania richiama immediatamente quella che la tradizione vuole venisse allestita da Nicola Cusano. Ma più in generale questo progetto cartografico – a cui il Regiomontano voleva unire delle descrizioni particolari “ex auctoribus plurimis” – fa pensare al Tolomeo e agli isolari di Enrico Martello, dove appunto le tavole moderne sono precedute da descrizioni tratte dalle più varie fonti».
Si può concludere che il Martello è il cartografo che più si avvicina al progetto del suo compatriota: è dopo la morte di questi, a Roma nel 1475, che il Nostro si trasferisce a Firenze, dove comincia a lavorare secondo la tradizione, per poi distaccarsene criticamente mantenendo tuttavia un profondo legame con l’opera di Tolomeo, anche in senso filologico, come avrebbe voluto Regiomontano. La revisione critica, ma fedele, del testo e del modello tolemaico rimane la caratteristica più originale di Martello, il filo conduttore che dal primo codice di lavoro della Laurenziana ci conduce fino all’invenzione dell’America da parte degli umanisti renani.

Produzione scientifica:

Produzione di cartografia manoscritta:
Geographia di Tolomeo, 1480 circa, con 27 carte (BAV, Vat. lat. 7289);
Isolario, post 1488, con carte nautiche e carte geografiche tra cui un mappamondo in proiezione omeòtera (BMLF, Laurenz. XXIX 25);
Geographia di Tolomeo, ante 1496, con le 27 carte tradizionali e alcune tavole moderne, come quelle della Germania (cc. 102v-103r), della penisola balcanica (cc. 120v-121r) e dell’Italia (cc. 110v-111r) (BNCF, Magliab. XIII 16);
Tre Isolari, post 1488, con carte nautiche e carte geografiche con nuova versione del mappamondo in proiezione omeòtera (Reijksuniversiteit di Leida, Vossianus lat., Fol. 23; British Library di Londra, Additional 15760; e Musée Condé di Chantilly presso Parigi, ms. 698);
Planisfero, fine del XV secolo (Università di Yale, New Haven, Connecticut).

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Gentile, 1992, pp. 237-243; Almagià, 1940; Luzzana Caraci, 1992; Luzzana Caraci, 1976; Luzzana Caraci, 1978; BAV; BMLF; BNCF; RL; BLL; MCC.

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Claudio Greppi

Marracci, Giacomo

Giacomo Marracci
N. Lucca 1787
M. 24 dicembre 1853

Relazioni di parentela:

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Perito Ingegnere Ponti e Argini di Lucca e Offizio Acque e Strade e Ispettore Nuovo Catasto

Biografia:
Nel 1810 venne ammesso alla Matricola dei Periti di Lucca, dipendente dalla magistratura dei Ponti e Argini. Successivamente, il 18 ottobre 1812, entrò come uno dei cinque Aspiranti Allievi nel Corpo degli Ingegneri della stessa deputazione dei Ponti e Argini, della quale il 10 giugno 1815 divenne Ingegnere di Sezione. Lo spessore scientifico del Marracci crebbe sempre più fino a ricevere, nel 1831, l’elezione a Ispettore delle Misure del Nuovo Catasto che svolse contemporaneamente, fino al 1834, alle mansioni confermate presso l’Ufficio di Acque e Strade – denominazione che aveva adottata la vecchia magistratura dei Ponti e Argini nel 1818 – di cui gli rimase a vita il titolo di Ingegnere.

Produzione scientifica:
Le operazioni di misurazione catastale lo impegnarono fino alla soppressione del Ducato lucchese, ma anche con il passaggio allo Stato granducale si individuò sempre nella sua figura la persona adatta a continuare la riforma catastale. Così, il 22 gennaio del 1850, gli venne nuovamente affidata la direzione dei lavori sul Nuovo Catasto con il titolo di Ispettore Onorario del Catasto del territorio lucchese. Gli studi e le misure per la realizzazione della nuova cartografia catastale furono portati avanti dal Marracci fino quasi al punto di morte: nel novembre del 1853 cedette la direzione operativa del Catasto a Nicodemo Morelli, rimanendo comunque a ricoprirne la carica rappresentativa; tale mansione fu esercitata per poche settimane perché l’ingegnere si spense la vigilia di Natale dello stesso anno.
L’opera di Giacomo Marracci è stata raccolta in un fondo speciale a lui dedicato (ASLu, Carte di Giacomo Marracci di cui è presente l’Indice della Raccolta delle Mappe nella filza n. 93) e nel quale sono conservati, oltre ai lavori riguardanti la catastazione, anche numerosi progetti che furono eseguiti dall’ingegnere: innanzitutto, la realizzazione della strada transappenninica per Modena attraverso l’Alpe delle Tre Potenze (1819-1847), per la quale in località Spedaletto progettò una Dogana, una Caserma e una Stazione di Posta, nonché la sistemazione del comprensorio dei Bagni di Lucca con la realizzazione del Ponte sul Camaione al Ponte a Serraglio (1826), gli interventi urbanistici al Bagno alla Villa (1830), i lavori alla strada del Piano di Corsena (1832), i restauri del Bagno delle Docce Basse (1833), e la costruzione del Tempietto circolare dell’Ospedale Demidoff sempre ai Bagni di Lucca.

Produzione di cartografia manoscritta:

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Bongi, 1872-1888; Caciagli, 1984; Gallo, 1993; Niccolai, 2004; ASLu, Carte di Giacomo Marracci.

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Giulio Tarchi

Marmocchi, Francesco Costantino

Francesco Costantino Marmocchi
N. Poggibonsi 1805
M. Genova 1858

Relazioni di parentela:

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica:

Biografia:
Fu un uomo del Risorgimento, di impegno politico attivo come democratico-radicale e mazziniano, coinvolto nei moti del 1831 e ministro dell’Interno nel breve governo rivoluzionario toscano del Guerrazzi del 1848-49 (Pesendorfer, a cura di, 1987, pp. 365 e 382). Col ritorno del granduca Leopoldo II fu obbligato all’esilio nel Regno di Sardegna dove rimase fino alla morte prematura.
Geografo, ma anche instancabile e prolifico poligrafo, fu fondatore e direttore o costante collaboratore di riviste e quotidiani toscani di ispirazione democratica e socialista, fortemente impegnati sui più scottanti problemi politici e sociali e in dura polemica con gli indirizzi conservatori o moderati del governo lorenese, come “L’Alba”, “Il Popolano” e “Il Sabatino”.
E’ interessante rilevare come al biennio rosso ante litteram del 1848-49 va riferito il Corso di geografia toscana compìto in XV lezioni del quale però – per gli eventi politici traumatici che ne seguirono – poterono vedere la vita solo il piano generale dell’opera e il primo fascicolo.
Il Corso aveva per Marmocchi un chiaro intento pedagogico – far conoscere ai cittadini la piccola patria toscana, secondo il progetto scientifico-culturale avviato negli anni ’20 dal gruppo degli intellettuali gravitanti intorno al promotore di cultura Giovan Pietro Vieusseux, fra i quali Emanuele Repetti, Giovanni Inghirami e Attilio Zuccagni Orlandini – ma si segnala per la serietà e l’organicità scientifica dell’impianto.
Partendo dalla premessa che “lo studio di un paese, perché riesca ad un tempo facile e fruttuoso, bisogna che proceda dalle parti inorganiche alle organizzate: dalla terra, dalle acque e dall’aria, alle piante, agli animali e all’uomo”, Marmocchi ignorava la geografia regionale descrittiva dei singoli paesi per affrontare la geografia generale, con l’articolare l’opera in quattro parti: “geografia fisica” (con le componenti orografia e idrografia, geologia e mineralogia, clima, vegetazione e animali spontaneamente viventi in Toscana, che non vengono mai presentate a se stanti, ma sempre in stretta relazione con la vita e i bisogni dell’uomo), “geografia politica” (divisioni amministrative e organi istituzionale dello Stato, popolazione e suo andamento nel tempo, sua distribuzione territoriale e sua articolazione professionale nei diversi settori dell’agricoltura, delle manifatture e opere pubbliche, dei porti e del commercio, infine produzioni economiche e situazione finanziaria, il tutto con il ricorso frequente alla comparazione con realtà toscane del passato e con quelle presenti in altri Stati italiani e stranieri), “corografia e topografia toscana” (suddivisione del Granducato in dieci “regioni naturali”, le valli, secondo la tradizione inaugurata da Giovanni Targioni Tozzetti e ripresa da Attilio Zuccagni Orlandini) e “geografia storica della Toscana antica, del medio evo e moderna” (evidenziazione non solo erudita dei resti archeologici e dei monumenti storici ma anche delle eredità del passato inscritte nel territorio presente, dalle città alle campagne e alle vie di comunicazione).
Marmocchi fu mente vasta di geografo ed erudito, il quale non tanto nei suoi lavori di sintesi e compilazione, quali gli altri testi scolastici e di divulgazione popolare su temi di geografia universale, quanto invece nel Prodromo della storia naturale generale e comparata d’Italia del 1844, mostra di anticipare talune correnti della geografia contemporanea (per l’aver saldamente posto l’uomo al centro della trattazione del mondo fisico-ambientale); e forse anche per questo riuscì a suscitare un largo interesse nel pubblico. Il Prodromo godette infatti di un autentico successo popolare, tanto che Marmocchi fu stimolato a dar vita ad iniziative per quei tempi ardite e non ripetute, come la grande Raccolta dei viaggi dalla scoperta del Nuovo Continente sino ai dì nostri del 1845.
Quasi tutte le ponderose compilazioni marmocchiane – anche il progetto del Corso toscano – sono corredate da atlanti costituiti da raccolte di carte geografiche ordinarie (rappresentazioni generali e corografiche), per lo più a piccola scala e non aventi necessariamente caratteri di originalità, oltre che da carte tematiche: queste ultime si allargano un po’ a tutte le categorie che compongono oggi l’ampio ventaglio della cartografia speciale (carte idrografiche, orografiche, mineralogiche, itinerarie, amministrative) costruite con cura dall’autore spesso con il supporto di ampie note e spiegazioni. Anche per queste caratteristiche il geografo Marmocchi interessa – assai più di tanti altri geografi italiani del XIX secolo – la storia della cartografia.
La cartografia di Marmocchi è costituita dai tre atlanti, a solo il primo è originale, precisamente:
L’Atlante di geografia universale per servire al Corso di geografia universale in 48 tavole del 1840, che si presenta “come un repertorio iconografico piuttosto sui generis in quanto in luogo delle consuete tavole raffiguranti i vari paesi (o parte di essi) vi si trovano soprattutto profili orografici, distribuzione di vulcani attivi, tavole di geografia astronomica ecc.: insomma tutto quanto potesse illustrare al meglio i caratteri fisici della Terra. L’atlante, preceduto da un dizionario dei termini geografici e corredato da quadri statistici relativi alle varie suddivisioni politiche del globo, segue fedelmente la ripartizione del Corso in Cosmografia (tavv. I-XVII), Geografia fisica (tavv. XVIIIa-XXIII), Storia della geografia dai tempi biblici ed omerici infino alla scoperta del Nuovo Continente (tavv. XXIVa-XXXII) e Geografia statistica (tavv. XXXIII-LVIII)”, con l’ultima tavola che – in evidente omaggio alla Patria – costituisce la carta geometrica della Toscana (Marrucci, 1992, pp. 98-99).
Le altre raccolte grafiche furono pubblicate postume, con recupero delle tavole originali e con l’aggiunta di nuove rappresentazioni. E’ il caso dell’opera del 1858 – Il Globo. Atlante di carte geografiche compilate da F.C. Marmocchi per servire di corredo al suo Corso di Geografia commerciale – costituita da 50 tavole incise da Giuseppe Cattaneo, Campo Antico, Cesare Poggiali, G. Bonatti e G. Magrini, con numerose didascalie e decorazioni; e della più corposa compilazione del Magrini del 1864 (di ben 83 tavole), intitolata Atlante geografico universale. Cioè cosmografico, fisico, storico e politico-statistico compilato colla scorta delle migliori e più recenti opere storiche e cosmografiche composto di 83 Carte incise in rame da valenti Artisti, e diligentemente miniate per cura del Professore.
Tra le due raccolte, quella del 1858 si segnala non solo per la chiarezza delle rappresentazioni generali e regionali ma anche per certi tematismi aggiornati, come ad esempio la distribuzione geografica delle colonie europee, le linee di navigazione, le vie ferrate e postali, la distribuzione geografica delle piante coltivate che forniscono i principali mezzi di nutrimento, ecc. (Barsanti, 1992, pp. 91-92).

Produzione scientifica:
Corso di geografia universale, Firenze, Batelli, 1840-1843, 6 voll.;
Prodromo della storia naturale generale e comparata d’Italia, Firenze, Poligrafico Italiano, 1844;
Raccolta dei viaggi dalla scoperta del Nuovo Continente sino ai dì nostri, Prato, Giachetti, 1840-45, 18 voll.;
Corso di geografia toscana compìto in XV lezioni, Prato, Giachetti, 1847;
Dizionario di geografia universale, Torino, Società Editrice, 1854-1862, 2 voll.;

Produzione di cartografia manoscritta:
Atlante di geografia universale per servire al Corso di geografia universale, Firenze, Batelli, 1840;
Il Globo. Atlante di carte geografiche compilate da F.C. Marmocchi per servire di corredo al suo Corso di Geografia commerciale, Genova, Paolo Rivara del fu Giacomo Editore, 1858;
Atlante geografico universale. Cioè cosmografico, fisico, storico e politico-statistico compilato colla scorta delle migliori e più recenti opere storiche e cosmografiche composto di 83 Carte incise in rame da valenti Artisti, e diligentemente miniate per cura del Professore, Torino, Tipografia Scolastica di Seb. Franco e Figli, 1864 (opera curata da Martini G.).

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Mori, 1949, vol. XXII, p. 379; Rombai, 1990, pp. 168-170; Barsanti, 1992, pp. 91-92; Pesendorfer, a cura di, 1987, pp. 365 e 382.

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Leonardo Rombai

Marchi, Baldassarre

Baldassarre Marchi
N.
M.

Relazioni di parentela:

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica: Ingegnere

Biografia:
L’ingegnere livornese Marchi partecipò alle operazioni del catasto geometrico del 1817-32 (nel 1823 si ritenne ingiustamente “perseguitato” dall’ispettore Belli che soprintendeva ai lavori nel Senese) (Rombai, 1989, p. 79), e divenne presto uno dei principali collaboratori del Manetti sia nel Corpo degli Ingegneri di Acque e Strade (1825) e sia nell’Ufficio di Bonificamento delle Maremme (1828).
Molte delle figure cartografiche e di livellazione eseguite nei grandi comprensori di bonifica anche extramaremmani sotto la direzione del Manetti sono firmati o attribuibili da Baldassarre Marchi: ad esempio, i Rilievi di campagna dell’ingegner Marchi (quindici tavole di livellazione dai laghi di Fucecchio e Bientina fino al mare di Viareggio e Livorno, con disegni della Botte sotto l’Arno, “con progetti per l’essiccazione del Lago di Bientina” (AAADF, Fondo Manetti, Cat. E.6); la Mappa generale del Lago di Bientina in scala 1:15.000 in dieci fogli con quadro d’unione, “rilevata in campagna dall’ingegner B. Marchi nell’anno 1841” (AAADF, Fondo Manetti, Cat. E.7); e la Mappa delle pianure lucchese e pisana rilevata nel 1841 dall’ingegner Marchi ed “eseguita nell’I. e R. Laboratorio”, in scala 1:40.000 e in nove fogli (AAADF, Fondo Manetti, Cat. E.8: Bencivenni, 1984, p. 79-80; e Bencivenni, 1990, p. 445).
Nei primi anni ’40 fu tra l’altro autore del progetto della Strada Ferrata Carbonifera, linea a scartamento normale della lunghezza di oltre 26 km, costruita nel 1849 – per conto della Società Anonima per la Ferrovia di Montebamboli – per condurre allo scalo costiero detto allora di Carbonifera, nel golfo di Follonica, la lignite estratta nelle miniere di Montebamboli ubicate nelle colline di Massa Marittima tra i fiumi Cornia e Pecora (in ASF, Piante del Ministero delle Finanze, n. 61). Lo stesso Marchi nel 1845 elaborò il progetto di proseguimento della ferrovia fino al Piano dei Mucini nei pressi di Massa Marittima (in ASF, Piante del Ministero delle Finanze, nn. 90-94 e 182) ma il commissario regio dei lavori alle strade ferrate, architetto Carlo Reishammer, genero del Manetti, non lo approvò perché il tracciato presentava pendenze ritenute troppo forti (Riparbelli, 1989, pp. 116-117).
Sempre nell’area di Montebamboli, nel 1849 Marchi disegnò quattro planimetrie con la localizzazione di tutti i pozzi della miniera di lignite (in ASF, Piante del Ministero delle Finanze, nn. 90-94) (Rombai e Vivoli, 1996, p. 159).
Nel marzo 1858 redasse una pianta generale e due mappe parziali con quattro profili longitudinali della città di Siena funzionali al progetto di sventramento urbano per realizzare il nuovo edificio doganale e una nuova via principale ed altra secondaria dalla strada Romana in località Chiasso Largo per il convento di San Donato (con ritorno poi alla Romana alle Cappuccine), per evitare la Croce del Travaglio (in ASF, Miscellanea di Piante, n. 290.a-g).

Produzione scientifica:

Produzione di cartografia manoscritta:
Piante e profili con progetto della Strada Ferrata Carbonifera da Montebamboli al golfo di Follonica, inizio degli anni ’40 del XIX secolo (ASF, Piante del Ministero delle Finanze, n. 61);
Piante e profili con progetto di proseguimento della Ferrovia Carbonifera da Montebamboli fino al Piano dei Mucini nei pressi di Massa Marittima, 1845 (ASF, Piante del Ministero delle Finanze, nn. 90-94 e 182);
Rilievi di campagna dell’ingegner Marchi (quindici tavole di livellazione dai laghi di Fucecchio e Bientina fino al mare di Viareggio e Livorno, con disegni della Botte sotto l’Arno, “con progetti per l’essiccazione del Lago di Bientina” (AAADF, Fondo Manetti, Cat. E.6);
Mappa generale del Lago di Bientina in scala 1:15.000 in dieci fogli con quadro d’unione, “rilevata in campagna dall’ingegner B. Marchi nell’anno 1841” (AAADF, Fondo Manetti, Cat. E.7);
Mappa delle pianure lucchese e pisana rilevata nel 1841 dall’ingegner Marchi ed “eseguita nell’I. e R. Laboratorio”, in scala 1:40.000 e in nove fogli (AAADF, Fondo Manetti, Cat. E.8;
Planimetrie dell’area di Montebamboli con i pozzi della miniera lignitifera, 1849 (ASF, Piante del Ministero delle Finanze, nn. 90-94);
Pianta della Città di Siena, 1858 (ASF, Miscellanea di Piante, n. 290.a);
Mappa topografica esprimente una frazione della Città di Siena..., 1858 (ASF, Miscellanea di Piante, n. 290.b);
Particolare planimetrico della Città di Siena con progetto della nuova via, 1858 (ASF, Miscellanea di Piante, n. 290.f).

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Giuntini, 1991, pp. 136-144; Rombai, Toccafondi e Vivoli, 1987, pp. 248-250; Rombai, 1989, p. 79; Bencivenni, 1984, p. 79-80; Bencivenni, 1990, p. 445; Riparbelli, 1989, pp. 116-117; Rombai e Vivoli, 1996, p. 159; ASF, Miscellanea di Piante; ASF, Piante del Ministero delle Finanze; AAADF, Fondo Manetti.

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Leonardo Rombai

Manetti, Giuseppe

Giuseppe Manetti
N. Firenze 16 novembre 1762
M. 12 febbraio 1817

Relazioni di parentela: Padre del più conosciuto Alessandro

Ente/istituzione di appartenenza:
Qualifica:

Biografia:

Produzione scientifica:
Piante di nuove case rurali per la Valdichiana, 1793 (ASF, Miscellanea di piante, n. 72);
Quattro piante di appezzamenti di terreno di proprietà della chiesa di S. Cristina a Monte Firidolfi, con Stefano Diletti, 1804 (ASF, Miscellanea di piante, nn. 600-604);
Disegni con ipotesi per la costruzione di un “giardino moderno” annesso alla villa di Poggio Imperiale, 1810 (GDSU, 6297A, 6298);
Disegni e vedute di monumenti e scorci urbani italiani, di giardini e parchi fiorentini, fine del XVIII secolo-inizio del XIX secolo (AAADF, cart. Composizioni dell’Architetto Giuseppe Manetti);
Piante del parco, di viali e del ponte in ferro sull’Ombrone (AMFCE, Relazione e piante di progetto di un nuovo ponte da costruirsi sull’Ombrone a Poggio a Caiano, anno 1812);
Progetto per l’allargamento della via fra Porta S. Giusto e il Corso ad Arezzo, 1812 (ASA, Piante sciolte del Comune 26).

Produzione di cartografia manoscritta:

Produzione di cartografia a stampa:

Fonti d’archivio:

Bibliografia:
Riferimenti bibliografici e archivistici

Cresti, 1984; Zangheri, 1984, pp. 15-20 e 38-45; Bencivenni, 1984, pp. 82-83; Orefice, 2002; Orefice, 2005; Zangheri, 1996, pp. 21, 45, 153,160,161,163 e175; ASF, Scrittoio delle Regie Possessioni; ASF, Miscellanea di piante; ASF, Segreteria di Gabinetto; ASF, Scrittoio delle Fortezze e Fabbriche. Fabbriche Lorenesi; ASF, Carte Serristori; GDSU; AAADF; AMFCE; ASA, Piante sciolte del Comune.

Rimandi ad altre schede:

Autore della scheda: Gabriella Orefice